Emma

«Siamo qui a ringraziare il Signore per questa giovane vita». Ha esordito proprio così, Emma, rivolto a te che giacevi al centro della navata.

Avrei voluto gridargli che è un bugiardo, che non avevamo bisogno di una difesa d'ufficio del suo padrone. Io cercavo consolazione, tu una benedizione non troppo frettolosa: non ha saputo fare né l'una né l'altra cosa.

Una sola volta in vita mia ho visto un prete piangere: «Sappiate che se siete qui per cercare risposte io non so darvene. Non so perché Dio ha voluto a sé una così giovane vita».

Prima della cerimonia mi mandò a chiamare in sagrestia per chiedermi se volessi dire qualcosa di te, gli risposi che in quel momento ne sarei stato capace ma non sapevo come mi sarei sentito di lì a cinque minuti. Intanto restammo d'accordo che avrei deciso al momento, dopo l'omelia. Alla messa rimasi sempre seduto, e quando gli feci un cenno del capo proseguì.

Cosa avrei dovuto dire dopo tanta vaghezza? Ogni pensiero che avrei potuto dedicarti sarebbe rimasto sospeso, inascoltato, forse deriso, se non avessi premesso che no, io il Signore non lo avrei ringraziato per averti tolta a me. Ma non potevo farlo, per amor tuo non potevo, quindi meglio tacere.

E sì che ne avrei avute di cose da raccontare, a cominciare dall'inizio della fine. Da quella domenica mattina quando, ancora a letto, scopristi sulle braccia e sulle gambe dei lividi che non si spiegavano. Mi facesti ridere dicendomi che erano la punizione che ti avevo inflitto mentre dormivi per non aver voluto fare l'amore, e ti scusasti per esserti sentita troppo stanca. Nascondesti il viso nel mio collo offrendomi il profumo dei capelli, ti sollevasti appena e cominciasti a baciarmi, prima piano e poi con sempre maggior foga, e facemmo l'amore, anzi me lo facesti: mi rovesciasti sul letto, le gambe serrate in vita, le mani e la bocca che correvano dalle labbra al petto, le unghie conficcate nel torace, i baci bramosi che sembravano volermi succhiare via l'anima, insieme col fiato. Al momento credetti che fosse un nuovo gioco dei nostri mille e poi mille e mille ancora, ma ho capito solo dopo, ripensando a quella mattina, di quanto doloroso piacere fosse prigioniero il tuo amplesso. Fu l'ultima volta.

Il lunedì mi svegliai che eri già vestita di tutto punto, coperta da capo a piedi, jeans e camicetta coi polsini abbottonati, tu che ai polsi neppure i braccialetti sopportavi. Mi salutasti in fretta accampando un importante appuntamento. La sera venisti a prendermi al lavoro, accadeva di rado e solo per cose importanti. Volesti andare in un bar, credevi che in un ambiente che non fosse il nostro non mi sarei lasciato andare e invece no, scoppiai a piangere, mi alzai dal tavolo e caddi sulle tue ginocchia, fosti tu a consolare me.

Il mercoledì eri in ospedale, riuscivo a vederti pochi minuti al giorno da dietro un vetro, pochi minuti per sei lunghi mesi. Ti mandavo baci, mi sforzavo di non piangere, di non urlare, sorridevo ma la morte mi si agitava dentro. L'ultimo bacio vero l'ho dato alle tue labbra ormai fredde.

Ora siamo qui, io che cerco di farmi ombra senza farne a te, che immagino bagnata dal sole come fossero le nostre giornate al mare. Io sono qui, a dirti che non esiste muro, o porta chiusa, o luogo lontano tanto da non farti sentire quanto ti amo.



Autore: Antonio De Blasio


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