Diario di viaggio - Capitolo II

Ottenuto il visto, io e Joseph salimmo su una carrozza alla volta della città fondata sul colle del Palatino dopo che un fratello ebbe versato sangue del suo sangue.

Messosi Napoli alle spalle, il vetturino diede di braccia provando a lanciare i cavalli come a volersi prendere tutta la sterminata campagna che ci attendeva.


Me ne stavo rinchiuso nella vettura il cui interno di legno, foderato di pelle e velluti logori, mi trasmetteva una finta illusione di protezione mentre gli zoccoli delle quattro bestie mordevano terra, fango e pietre alla spasmodica ricerca della grande diagonale che, da oltre duemila anni, scendeva da Roma fino a Brindisi.


Giunti all'altezza della Capua antica, come seguendo la corrente di un affluente, ci immettemmo in quel lungo fiume di terra che è la Via Appia, regina delle lunghe strade.

In quei momenti, mi parve di scorgere in lontananza le antiche rovine dell'arena che, venti secoli prima, aveva forgiato il corpo e il rancore del leggendario condottiero trace, smacco imperituro alla potenza di Roma.

Puntando decisa verso nord, la diligenza attraversò l'ansa di un grande fiume da lungo tempo dedito a cullare, nutrire e proteggere la nuova Capua.

Rammentai che in quei territori, quasi mille anni prima, erano sbocciate le prime volgari tracce di una lingua che, secoli dopo, Dante avrebbe elevato a immortale dignità.

Poco dopo aver superato il corso d'acqua, posi il capo fuori dal finestrino e, mentre una dolce brezza accarezzava il mio volto, vidi un lungo rettilineo che tagliava in due la maestosa pianura per poi perdersi all'orizzonte.

Scorsi nitidamente la strada che mi avrebbe permesso di raggiungere la città che, per secoli, aveva retto le redini del mondo.

Non avevo dubbi, i romani avevano progettato e realizzato l'Appia al primario scopo di gratificare gli occhi e la mente dei viaggiatori.

Quasi ovunque, ai suoi margini si potevano scorgere le affascinanti vestigia di un passato mitico e glorioso che, quando lasciato libero dai miei tormenti interiori, potevo ammirare con calma visto il lento procedere della carrozza causato dalle pessime condizioni della via.


Lapidi, porte monumentali, chiese, ruderi di grandi residenze, mausolei e mille altre meraviglie, sorgevano in perfetta simbiosi con le campagne circostanti mentre, inesorabili, l'edera e il muschio facevano quello che sapevano fare meglio.

Per lunghissimi tratti, l'Appia passava così vicino alla costa tirrenica, da permettermi di scorgere facilmente il mare.

La sua vista, unita all'aria pura e alla ricchezza dei colori che mi circondavano, mi donava una sensazione di benessere che avevo quasi dimenticato.


Le linee della campagna, fatte di vaste distese ondose, mi apparivano come un oceano per fortuna più tranquillo e monotono di quello che avevo incontrato nel mio movimentato viaggio dall'Inghilterra al Mediterraneo.


La visione di tanta bellezza fu comunque funestata dalle sofferenze acute e tormentose che affliggevano il mio corpo e che raggiunsero l'apice quando attraversammo le Paludi Pontine.

Quel regno incontrastato di acquitrini, insetti e umidità, assaliva e marciva le ossa minando buona parte delle mie certezze circa la fine positiva del viaggio.


Superato quell'ambiente decisamente ostile, il cocchiere mi avvisò che eravamo ormai vicini e, approssimandomi alla capitale del mondo, ebbi la sensazione di provare qualcosa di simile a quanto descritto da Goethe qualche anno addietro quando, oltrepassando la Porta del Popolo, sentì subito sua la città.


In quel momento, un baluginio di speranza rischiarò brevemente la spessa nebbia che mi opprimeva da mesi.

Per un attimo, sognai di giornate vissute all'aria mite intrattenendomi alla vista di divinità ed eroi.


Per pochi istanti sperai fosse verità quanto scritto dall'immortale tedesco nella sua settima elegia romana.

In fondo al mio cuore, anche io speravo di potermi presto sentire lieto e gaio nell'urbe, dotato di una nuova forza da contrapporre al grigiore del nord il cui ricordo, come muta foschia, cercava di calare invano sui miei pensieri.


Su, a settentrione, corpo e anima per settimane mi avevano urlato qualcosa che non avevo compreso subito.

Quando forse era ormai troppo tardi, capii che il tempo scorreva rapido e tale nuova consapevolezza mi afferrò con forza la gola.

Se bisognava partire, bisognava farlo subito e così, con un'emozione fatta di tristezza mista a flebile speranza, avevo detto addio all'amata Patria e a Lei.


Ma adesso, sette giorni dopo aver lasciato Napoli, ero giunto in vista della meta finale del mio viaggio, fiducioso di poter attenuare e poi disperdere i morsi del mal sottile che affliggeva le mie membra.

Quando la carrozza si approssimò finalmente alle colossali mura aureliane, era il 15 novembre del 1820 e tutti i miei sensi furono immediatamente investiti dalla città eterna.


Continua...





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