Due parole sul racconto

Quando entriamo in libreria, tendiamo a dedicare poca attenzione alle raccolte e alle antologie di racconti. Mai come in questi tempi del poco tempo - mi si perdoni il gioco di parole - la forma racconto meriterebbe la massima attenzione in quanto scrittura capace di seccare alla radice l'alibi del "non ho tempo per leggere" e di regalare straordinarie esperienze di lettura.

Affreschi d'inchiostro che, al massimo della loro estensione occupano qualche decina di pagine, i racconti esprimono il meglio quando sono solo fugaci bozzetti dipinti su tre, quattro fogli. Anche meno, direbbe chi ha amato alla follia la raccolta cult Centuria di Giorgio Manganelli.

Il mio amore per i racconti è nato durante una calda estate della prima adolescenza. Avevo da poco scoperto il piacere della lettura soprattutto grazie agli usati della collana Urania che iniziavano a farsi largo sul mio comodino. Un giorno mi imbattei in un'antologia curata da Mondadori che raccoglieva i racconti di fantascienza scritti dallo statunitense Fredric Brown tra il 1951 e il 1973. Comprai il libro a Fermo scegliendolo tra quelli esposti in una delle tante bancarelle dell'usato che, ancora oggi, invadono il centro storico della splendida città marchigiana nei giovedì di luglio e agosto.

Quella sera, prima di andare a dormire presi il libro e cominciai a leggerlo partendo da "Sentinella", una manciata di righe partorite dalla fervida mente di Brown nel lontano 1954. Il finale di quel racconto divorato in meno di un minuto, lasciò il ragazzino che ero senza parole, stordito, spiazzato, estasiato e invidioso. Invidioso dello scrittore che aveva avuto la straordinaria abilità di comprimere in mezza pagina una storia coinvolgente dotandola di un finale folgorante che mi aveva mostrato come si può giocare con la mente e le aspettative del lettore. Brown mi aveva fregato e divertito dimostrandomi che tutto era potenzialmente possibile abbinando la fantasia e un solido storytelling ad una macchina da scrivere.

Rimpongo i miei ricordi in un cassetto e torno a scrivere. La mia esperienza di lettore mi dice che questo particolare genere narrativo ha toccato il suo apice qualitativo tra la metà dell'800 e il '900, l'epoca dei maestri del racconto. Concentrando l'attenzione solo su questo periodo e forzando un po' la mano, il tutto potrebbe essere estremizzato e ricondotto a soli due cluster: quello cechoviano e quello borgesiano.

I racconti che appartengono al primo gruppo, spesso cominciano all’improvviso e, solitamente, non hanno alcun interesse a fornirci tutte le informazioni necessarie a colmare i tanti buchi narrativi che gli scrittori hanno volontariamente collocato in determinati punti della storia. I secondi...be’...i secondi sono più impegnati nella rappresentazione metafisica e fantasmagorica della realtà.

Il filone cechoviano soddisfa il nostro desiderio di realtà. Quello borgesiano stuzzica invece il nostro inconsapevole desiderio di scoprire cosa ci sia oltre la realtà. Cosa accomuna queste due direttrici stilistiche? Nessuna delle due è veramente interessata a raccontarci una storia nel classico senso che attribuiamo a questo concetto che invece normalmente sperimentiamo quando leggiamo un romanzo. Il racconto scritto con maestria predilige l’implicito e il non detto, obbligandoci a cercare da soli spiegazioni che lo scrittore ha volutamente omesso. Tra le sue righe, il buon racconto porta a farci due domande: “Lo scrittore che cosa avrà voluto rendere sottointeso qui?" e ancora "Quale immagine/sensazione vuole che io mi costruisca da solo?".

Nei migliori racconti, quel che accade prima, durante e dopo il flusso della narrazione, dipende in buona parte da noi lettori a cui viene implicitamente chiesto di essere pronti a captare tutti i segnali sotto traccia che l’abile scrittore ha disseminato lungo le poche pagine che abbiamo davanti. Affrontando un racconto, il lettore è chiamato ad essere cognitivamente proattivo.

Anche la dimensione temporale nel racconto ha regole tutte sue. Italo Calvino ha sintetizzato efficacemente il concetto quando ha scritto "Il racconto è un’operazione sulla durata, un incantesimo che agisce sullo scorrere del tempo, contraendolo o dilatandolo".

Negli ultimi anni ho dedicato meno spazio a questo tipo di scrittura frammentando ancora di più i miei interessi di lettura. Quando mi è capitato di scegliere un nuovo volume di racconti ho comunque scovato delle piacevolissime sorprese. L'ultima in ordine di tempo si intitola Dal Porticato e porta la firma dell'italiano Ottavio Mirra. Tra le pagine di questa raccolta ci imbattiamo in una serie di brandelli di vita. Lo scrittore lascia a noi e alla nostra sensibilità la libertà di cogliere sfumature solo accennate, spesso nascoste. Stando sotto il suo porticato, noi scriviamo con lui.

Chiudo con una domanda a cui tento di dare una personalissima risposta. Esistono delle antologie di racconti che non dovrebbero assolutamente mancare tra gli scaffali di un lettore appassionato? Credo di si. Eccovi la mia lista degli imprescindibili.


- Racconti notturni di Ernst T. A. Hoffmann

- La figlia del capitano e altri racconti di Aleksandr Sergeevic Puškin

- Racconti di Pietroburgo di Nikolaj Gogol

- I racconti di Edgar Allan Poe

- Memorie di un cacciatore di Ivan S. Turgenev

- Racconti di Guy de Maupassant

- Racconti di Anton Pavlovič Čechov

- Tutti i racconti di Franz Kafka

- Tutti i racconti di Jorge Luis Borges (in i Meridiani)

- La boutique del mistero di Dino Buzzati

- Bestiario di Julio Cortázar

- Tutti i racconti di Flannery O’Connor

- Centuria di Giorgio Manganelli

- Duel e altri racconti di Richard Matheson

- Cattedrale di Raymond Carver


Ovviamente è un elenco che riflette gusti molto personali e quindi capace di scontentare i più. Ma è proprio questo il bello.




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