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Edward Hopper dipinge Shakespeare

Tra i miei pittori preferiti, Edward Hopper occupa un posto tutto particolare. La sua estetica, americana fin nel midollo e pesantemente influenzata dal cinema noir, ha fatto breccia nella mia fantasia sin dalla tarda adolescenza, quando mi imbattei in un capolavoro con il quale l'artista mise su tela la sua idea di "solitudine" calandola all'interno di un tessuto urbano che, in quegli anni, stava mutando in qualcosa di sempre più esteso e fagocitante.

Durante il secolo scorso, lo stile e il taglio di molte delle opere di Hopper hanno influenzato enormemente le più svariate forme espressive, in particolare la settima arte. Sue tracce sono facilmente riscontrabili nell'estetica di giganti della regia come Hitchcock, Lynch, Wenders e, più di recente, Malick. La produzione dell'artista americano non è stata influenzata solo dal cinema e viceversa. Molteplici sono ad esempio i legami con il mondo della letteratura. Il dipinto attraverso il quale Hopper ha manifestato in modo palese questo legame concettuale è, con ogni probabilità, Shakespeare at Dusk.

Negli anni ho scandagliato spesso l'intera produzione artistica di Hopper e sono abbastanza sereno nell'affermare che questo dipinto realizzato nel 1935, costituisce il momento artistico più alto nel quale lo statunitense fa apertamente riferimento alla profonda influenza che la letteratura ha avuto sul suo percorso. Vado oltre. Con Shakespeare at Dusk, Hopper ha voluto rendere palesemente omaggio a Shakespeare cercando di comunicare, allo stesso tempo, le emozioni vissute in un momento specifico della giornata: l'approssimarsi della sera.

Immagino il poco più che cinquantenne Edward mentre scruta con occhio rapace l'intera scena che ha davanti stando seduto su di una panchina collocata nella zona meridionale di Central Park. Vedo la sua iride che assorbe come una spugna tutte le sfumature di colore del cielo e quelle che di riflesso provengono dai grattacieli sullo sfondo, dalla vegetazione che lo circonda e dalla statua del Bardo di Avon che, dandogli le spalle, ha la testa leggermente china come a contemplare chissà cosa. Lo continuo a vedere mentre imprime nella sua mente quei colori e quelle ombre intimi amici del giorno che si fa notte.

Aiutato da una matita prima e dal carboncino poi, Hopper ha tracciato le prime linee e i primi chiaroscuri che più tardi, tornato nel suo studio, i pennelli muteranno per sempre in una poesia visiva dedicata alla magia del crepuscolo.

Il crepuscolo, quell'istante del giorno in cui il frastuono di tutte le grandi città del mondo inizia lentamente a scemare lasciando sempre più spazio alla quiete della sera. In una biografia dedicata all'artista americano, lessi che molto spesso Hopper ha citato delle poesie per fornire una spiegazione più consistente alla sua arte. Molte di queste, direttamente o indirettamente hanno a che fare con le atmosfere di cui il crepuscolo si fa portatore ogni giorno sin dall'inizio dei tempi: il mistero delle ombre, le luci dai colori indefinibili ma così magnetici, quella strana sensazione di cambiamento che in alcuni è capace di innescare un leggero senso d'ansia, il velo di erotismo che pare avvolgere il sopraggiungere della sera.

Nel vasto perimetro poetico che ha contribuito ad influenzare uno dei titani dell'arte più recente, ovviamente una posizione centrale non poteva che essere occupata da William Shakespeare. Come nel Canone Occidentale le cui coordinate sono state magistralmente tracciate su carta da Harold Bloom, anche nell'arte di Edward Hopper il drammaturgo inglese è il fulcro di tutto e, cosa rara nella sua produzione artistica, Shakespeare at Dusk ce lo dice in modo schietto e sfacciato.

Trovo che, pur essendo una generica rappresentazione di una città al crepuscolo, Shakespeare at Dusk ha qualcosa che mi è difficile descrivere e che la rende una rappresentazione inconfondibilmente newyorkese, almeno per l'idea che mi sono sempre fatto della città che non dorme mai.

La visione di questo dipinto nel quale un crepuscolo autunnale è assoluto protagonista, così come la presenza di alcuni alberi già spogli di foglie, permettono di avvicinare senza troppa fatica Shakespeare at Dusk ad uno dei sonetti immortali di William Shakespeare. Mi riferisco al Sonetto 73 di cui ho già scritto qui: I versi più autunnali di Shakespeare

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Chiudo segnalandovi altri due elementi che sottolineano ulteriormente lo strettissimo legame esistente tra Central Park e William Shakespeare. Quasi due ettari del parco costituiscono lo Shakespeare Garden, un'area verde bellissima nella quale nel corso degli anni sono stati seminati diversi vegetali citati da Shakespeare nelle sue opere e dove sono state posizionate diverse panchine e targhe commemorative riportanti citazioni a tema floreale tratte sempre dagli scritti del Bardo. Inoltre, ogni estate, lo splendido Public Theatre che sorge nel cuore del parco pubblico newyorkese, fa da sfondo alle rappresentazioni gratuite di Shakespeare in the Park. Tutto assolutamente imperdibile.


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