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"Il tramonto della luna" di Giacomo Leopardi


Nel 1836, alcuni mesi prima di quel 14 giugno 1837 che se lo porterà via, Leopardi scrive una poesia che confluirà nei Canti, una delle raccolte di poesie più rilevanti dell'intera letteratura italiana.

Lungo i 68 versi che la compongono, il poeta marchigiano utilizza la metafora lunare per compiere una serie di riflessioni sulla giovinezza che, ubbidendo ai dettami della Natura, lascia inesorabilmente posto alla vecchiaia. Leggendola, possiamo immaginare Giacomo affacciato da una delle finestre di casa aperte verso ovest, verso I Monti Azzurri, mentre osserva che "...𝑛𝑒𝑙𝑙’𝑖𝑛𝑓𝑖𝑛𝑖𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑛𝑜 𝑠𝑐𝑒𝑛𝑑𝑒 𝑙𝑎 𝑙𝑢𝑛𝑎; 𝑒 𝑠𝑖 𝑠𝑐𝑜𝑙𝑜𝑟𝑎 𝑖𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜...". Buona lettura.


***

Quale in notte solinga, sovra campagne inargentate ed acque, lá ’ve zefiro aleggia, e mille vaghi aspetti e ingannevoli obbietti fingon l’ombre lontane infra l’onde tranquille e rami e siepi e collinette e ville; giunta al confin del cielo, dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno nell’infinito seno scende la luna; e si scolora il mondo; spariscon l’ombre, ed una oscuritá la valle e il monte imbruna; orba la notte resta, e cantando, con mesta melodia, l’estremo albor della fuggente luce, che dianzi gli fu duce, saluta il carrettier dalla sua via; tal si dilegua, e tale lascia l’etá mortale la giovinezza. In fuga van l’ombre e le sembianze

dei dilettosi inganni; e vengon meno le lontane speranze, ove s’appoggia la mortal natura. Abbandonata, oscura resta la vita. In lei porgendo il guardo, cerca il confuso viatore invano del cammin lungo che avanzar si sente meta o ragione; e vede ch'a sé l’umana sede, esso a lei veramente è fatto estrano. Troppo felice e lieta nostra misera sorte parve lassú, se il giovanile stato, dove ogni ben di mille pene è frutto durasse tutto della vita il corso. Troppo mite decreto quel che sentenzia ogni animale a morte, s’anco mezza la via lor non si desse in pria, della terribil morte assai piú dura. D’intelletti immortali degno trovato, estremo di tutti i mali, ritrovâr gli eterni la vecchiezza, ove fosse incolume il desio, la speme estinta, secche le fonti del piacer, le pene maggiori sempre, e non piú dato il bene. Voi, collinette e piagge, caduto lo splendor che all’occidente inargentava della notte il velo, orfane ancor gran tempo non resterete, che dall’altra parte tosto vedrete il cielo imbiancar novamente, e sorger l’alba:

alla qual poscia seguitando il sole, e folgorando intorno con sue fiamme possenti, di lucidi torrenti inonderá con voi gli eterei campi. Ma la vita immortal, poi che la bella giovinezza sparí, non si colora d’altra luce giammai, né d’altra aurora. Vedova è insino al fine; ed alla notte che l’altre etadi oscura, segno poser gli dèi la sepoltura.


Da "Canti" - XXXIII (1831)


Nell'immagine, la luna vista da una delle finestre di Casa Leopardi a Recanati.

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