La cerca (parte terza)

Proseguii la mia ricerca visitando innumerevoli villaggi e città, scendendo nelle grotte più profonde, setacciando fiumi e torrenti, frugando tra le torri pericolanti di castelli abbandonati. Nulla. Non trovai nessun segno riconducibile alla presenza o al passaggio del sacro Graal. Poi, un bel giorno, la mia ricerca mi portò casualmente sulle sponde di un lago che a settentrione, lungo una serie di dirupi scoscesi, confinava con una foresta i cui confini sfumavano lungo la linea dell’orizzonte.

A qualche centinaio di iarde da dove mi trovavo, vidi sgorgare dell’acqua limpida che ricadeva spumeggiando da un enorme sperone di basalto. Forte sentii l’impulso di andare in quella direzione per ritemprare le mie membra e quelle del fedele animale che mi accompagnava. Arrivato sul posto, feci bere il cavallo lasciandolo poi libero di pascolare. Ne approfittai per fare un bagno nei pressi della cascata. L’acqua era fredda, ma l’urgenza di eliminare lo sporco accumulato e di attenuare i segni della stanchezza, costituirono buoni motivi per stringere i denti.

Uscito dall’acqua mi asciugai con l’intenzione di chiudere gli occhi per qualche ora. Così feci. Al mio risveglio la luce del giorno era più debole. Mi guardai intorno. Sulla destra, a non più di un lancio di sasso, il cavallo se ne stava a fissare, simile ad una creatura impagliata, un punto imprecisato posto alla mia sinistra. Voltando lo sguardo in quella direzione, vidi ciò che prima di assopirmi sicuramente non c’era. Una figura incappucciata e completamente avvolta da uno spesso mantello del colore delle foglie più scure, se ne stava seduta su una grande pietra bianca perfettamente squadrata.

Mi avvicinai ma non prima di aver raccolto da terra la mia spada. «Lascia riposare il tuo ferro nella custodia, cavaliere» disse l’altro. Così feci. Anche se avessi voluto estrarre la mia arma, ebbi il presentimento che una forza invisibile me lo avrebbe impedito. Senza neppure alzarsi, l’incappucciato si limitò ad allungare il braccio in direzione della foresta. Con voce lenta e profonda cominciò a parlare «La vera origine della foresta che non ha nome si perde nella brumosa notte dei tempi. La sua età non si può quantificare, così come la sua estensione. È assolutamente vietato segare i suoi tronchi, spezzare i suoi rami o importunare in qualunque maniera i suoi sacri abitanti. Da queste parti abbattere un albero è considerato alla stregua di un matricidio perché si ritiene che esso doni vita e nutrimento come fa la madre con il proprio figlio. Si dice che da queste parti, nei giorni in cui è prevista luna piena, le donne sterili indossino una veste di lino bianco e si stringano in vita una striscia di stoffa della stessa fattura. Al tramonto entrano nella foresta alla ricerca dell’albero giusto. Quando lo trovano, o forse è meglio dire quando l’albero le sceglie, le giovani sciolgono la cintura che hanno intorno al grembo e la appendono a uno dei rami. All’alba esse tornano nei pressi della pianta e se si accorgono che la stoffa si è spostata, senza però cadere ai piedi dell’albero, sanno che l’anno seguente genereranno la vita. Si dice anche che i ceppi tratti dal legno degli alberi della foresta che non ha nome possano ardere per mesi e che nessun colpo di vento possa spegnerne la fiamma. Per questo, nonostante i mille avvertimenti, ogni tanto qualcuno armato d’ascia penetra all’interno della foresta nella speranza di potersi procurare una fonte pressocché infinita di calore e luce. Si dice che a chi ci prova, i centauri posti a guardia degli alberi incidano profondamente l’ombelico che poi inchiodano all’albero nel punto in cui questo è stato vilmente scortecciato. Si dice che mentre si avvicina alla morte, il profanatore venga costretto a girare più volte attorno al tronco profanato mentre osserva le sue viscere abbandonare lentamente il suo corpo. Ciò per coprire la corteccia morta con una viva. L’essenza vitale di un uomo per quella di una pianta. Ogni cosa in natura ha un suo spirito e a questo spirito si devono considerazione e rispetto».

Intuii che le parole che avevo appena ascoltato, contenevano un monito ma anche qualcos’altro. «Ciò che dovevo dirti ho detto» riprese lo sconosciuto «Sei al cospetto del luogo che ingloba tutti i luoghi visti da tutte le angolazioni» e ancora «Adesso va. La foresta che non ha nome ti aspetta» poi concluse «Non so cosa abbia in serbo per te il Guardiano e nemmeno quale spessore avrà alla fine la rete che il destino sta filando sul telaio del tuo tempo. Una pallida e tremula luce illumina le parti già ordite, ma ciò che ancora non è, resta avvolto in una fitta nebbia».

Decisi di prendere io la parola «Mi dici di entrare in un luogo che tu stesso hai spiegato essere pericoloso. Ti chiedo…come posso fidarmi di una persona di cui non conosco nemmeno il volto?». A quelle parole lo sconosciuto rispose «Comprendo» e subito dopo, con un rapido gesto, abbassò il cappuccio lasciando alla luce lunare la libertà di rischiarargli il volto. Con mia assoluta sorpresa, vidi i lineamenti di una donna dal viso leggermente segnato dalle rughe. Attorno ai suoi occhi c’era cosparsa quella che mi sembrava essere della polvere nera. Forse del carbone.

Stavo per dirle qualcosa quando alle mie spalle, dalla sponda opposta del lago, giunse il rumore di qualcosa di enorme che si era mosso tra le fronde. Mi girai per vedere ma non scorsi nulla. Un grosso albero deve essersi schiantato a terra, pensai. Ritornai a guardare la donna, ma della misteriosa figura non vi era più traccia.

Quanto accaduto era chiaramente un segno. Che il Graal mi stesse finalmente chiamando a sé? O si trattava solo del meschino gioco messo in piedi da qualche creatura al servizio del maligno? Non avevo modo di rispondere a quelle domande. Potevo andarmene e continuare la mia ricerca altrove senza però avere nessuna traccia da seguire, oppure affidarmi all’indicazione di quella donna riponendo la mia anima e il mio corpo all’interno del sicuro recinto della fede.

Sellai il cavallo, recuperai tutte le mie cose caricandole sul dorso dell’animale e indossai l’armatura. Con la luna ormai alta in cielo mi addentrai nelle viscere della foresta che non ha nome.

Continua…



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