Perché leggere Shakespeare (parte II)

L'opera di Shakespeare è multiculturale. Egli è il poeta di tutti, colui il quale è stato ed è tutt'ora capace di catturare l'attenzione di ogni popolo e di ogni cultura.

Chi conosce almeno parte della sua produzione, potrà testimoniarvi che il drammaturgo inglese è penetrato ovunque e, proprio come un virus in un organismo ospite, lentamente ha mutato e influenzato le culture e le società ad ogni latitudine.

La sua sapienza è stata tramandata nel corso dei secoli non solo direttamente attraverso la sua opera immortale, ma anche aiutata da altri giganti della letteratura.

Pensate ad un qualsiasi grandissimo e dentro ci troverete sempre qualcosa di Shakespeare. Chiunque, anche nelle sue produzioni più alte, non è stato capace di eguagliare la potenza evocativa della produzione shakespeariana, in particolar modo quella espressa nei drammi e nelle tragedie.

Nel settembre del 1816, il poeta Percy Bysshe Shelley in una lettera indirizzata al suo amico Lord Byron fece questa considerazione «Che cosa ne sarebbe del genere umano se Omero, o Shakespeare, non avessero mai scritto?». Difficile non essere d'accordo con lui. Il drammaturgo inglese padroneggiò il linguaggio più di tutti. Intuì più di tutti.

Shakespeare: l'uomo che ha inconsapevolmente fissato il metro di paragone e i limiti della letteratura oltre i quali, molto probabilmente, sarà impossibile andare.



Siano allora i miei versi l’unica eloquenza e i muti messaggeri della voce del mio cuore, che supplica amore e attende ricompensa ben più di quella lingua che sempre di più parlò. Ti prego, impara a leggere cosa ha scritto un silente cuore: sentire con gli occhi è fine intelletto d’amore. (Sonetto XXIII)






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