Oscar Wilde in fuga dal suo passato: il periodo napoletano

Inghilterra, maggio 1895.

In seguito alle accuse di sodomia e volgare indecenza, Oscar Wilde viene condannato a due anni di detenzione e ai lavori forzati. Li sconterà per un breve periodo nel carcere di Wandsworth, per poi essere trasferito definitivamente in quello di Reading, imponente prigione circondata da massicce mura di mattoni rossi, distante circa 50 Km da Londra.

L'approdo in carcere è il culmine di una storia che trae origine dalla scandalosa relazione omosessuale che, da alcuni anni, Wilde intrattiene con il giovane Alfred Douglas, figlio dell'influente marchese di Queensberry.

Lord Queensberry, non accettando assolutamente il fatto, inizierà subito un duro scontro con Wilde che, ben presto, porterà i due in tribunale in seguito alla decisione dello scrittore di querelare il marchese per diffamazione.

Purtroppo per Oscar Wilde, questa scelta si rivelerà un boomerang in una società di fine '800 evidentemente non ancora pronta a gestire, senza pregiudizi, una questione così delicata.

L'ostilità dell'opinione pubblica verso il "sodomita" Wilde, cominciò ben prima della sentenza definitiva e, purtroppo, si protrasse fino alla sua morte. In quel periodo, il nome del poeta e scrittore di origini irlandesi, fu tolto dai cartelloni pubblicitari e tutte le rappresentazioni teatrali delle sue opere vennero sospese. In Francia, persino le sue fotografie furono bandite.

La condanna al carcere che lo scrittore e drammaturgo inglese Hall Caine non esitò a definire «La tragedia più orribile di tutta la storia della letteratura», segnerà quindi profondamente e definitivamente l'immagine e il destino di uno dei talenti più cristallini della letteratura di ogni tempo.

Il 19 maggio 1897, superati finalmente i cancelli di quella «...fossa d’infamia» come egli stesso definirà successivamente il carcere di Reading, Wilde si trova a dover prendere una decisione.

Nonostante una volta abbia affermato «Non mi vergogno di essere stato in prigione, ho frequentato luoghi assai più degradanti», Wilde sente che la sua casa non può più essere l'Inghilterra e che, per il suo bene e la sua tranquillità, deve allontanarsi dalla terra d'Albione e dirigersi verso sud accompagnato, ovviamente, dal suo giovane amante Alfred "Bosie" Douglas.

Così, il 20 Settembre 1897, dopo una breve parentesi francese, i due giungono a Napoli.

Si stabiliscono per qualche settimana all'Hotel Royal des Etrangères per poi traslocare definitivamente sulla collina di Posillipo, nella splendida Villa del Giudice (in basso una recente foto che ritrae una delle stanze dell'appartamento).

Temendo di essere riconosciuto, l'irlandese decide di arrivare in città sotto falso nome. Sceglie quello di Sebastian Melmoth in omaggio all'eroe dannato di un romanzo gotico scritto molti anni prima dal suo prozio Charles R. Maturin.

Come Melmoth, Oscar Wilde si sente un uomo condannato ad errare alla ricerca di quiete e serenità.

Ma perché la scelta ricadde su Napoli? La risposta è abbastanza semplice: in quel periodo di vivo e grande interesse verso l'antica civiltà greco-latina, la città partenopea rappresentava certamente uno dei principali centri culturali d'Europa e inoltre poteva vantare un ottimo clima ed era molto distante dal Regno Unito.

Insomma c'erano tutti i presupposti per poter ricominciare a scrivere e per riuscire a far tradurre e mettere in scena alcune opere, nella speranza di mostrare anche in terra italica il suo sconfinato talento.

Il sogno più grande era probabilmente quello di essere considerato per la sua scrittura e non per il suo stile di vita.

Tuttavia, nonostante il tentativo di vivere sotto mentite spoglie, la sua reale identità viene rapidamente scoperta e le voci cominciano a girare veloci tra i caffè e i salotti napoletani fino a giungere all'orecchio di qualche giornalista.

Quello spilungone anglosassone di mezza età, imbolsito dall'alcool e dai vizi, che si muove, sempre impeccabile nei suoi completi di pregiata fattura, appoggiandosi ad un bastone d'ebano coronato da un bulldog d'avorio, è indiscutibilmente il celebre Oscar Wilde in fuga dal suo passato.

Dieci giorni dopo essere arrivato nella città del mare e del sole, in una lettera datata 1 ottobre 1897, Wilde già scrive «Tutto quello che vogliamo ora è di essere lasciati in pace, ma i giornali napoletani sono fastidiosi».

Appena la notizia che Oscar Wilde vive a Napoli si diffonde, molti giornali si scatenano, anzi forse è meglio scrivere si avventano su quel che resta del dandy irlandese venuto nel golfo più bello del Mediterraneo con, nel cuore, la speranza di trovare rifugio e serenità.

L'invettiva più celebre, dura e violenta, è certamente quella uscita dall'autorevole penna di Matilde Serao e apparsa il 7 ottobre 1897 sulle pagine de Il Mattino. Eccola.

E ancora...

Non c'è nessun dubbio, Matilde Serao è stata una degna figlia del suo tempo. Inutile commentare queste due pagine con il sistema di valori del nostro tempo.

Purtroppo per Oscar e per il suo Bosie, i problemi non si limitano solo a ciò che pensa, scrive e dice l'opinione pubblica napoletana.

I due hanno ben presto grossi problemi anche con il denaro, dipendendo quasi totalmente dagli aiuti che giungono da oltre confine per mano di una ristretta cerchia di amici molto legati allo scrittore.

Non tutti sanno che, al termine della sua prigionia, compagni e sostenitori di Wilde avevano raccolto per lui ben ottocento sterline, una somma notevolissima per l'epoca, che il padre di Dorian Gray decise di donare quasi completamente agli ex compagni di cella.

Comunque, nonostante i tanti problemi, una settimana dopo l'articolo della Serao in un'altra missiva Wilde scrive «...sento di essere più felice qui con Bosie di quanto potrei esserlo se mi fossero restituite tutte le mie passate glorie».

Con il passare delle settimane la situazione si fa davvero critica e i due, già emarginati e sotto pressione, si avvicinano pericolosamente al baratro della povertà.

A quel punto, il giovane e aristocratico Bosie, decide di mollare tutto e scappare a Parigi rifugiandosi nella sicurezza della sua ricchissima famiglia. In una lettera attraverso la quale cerca di riconciliarsi con la madre, il ragazzo scrive in chiusura «Se io non fossi ritornato da lui, e vissuto con lui due mesi ne avrei avuto sempre il desiderio. Stava per spogliarmi della mia vita, della mia arte e di ogni cosa. Ora sono libero.».

Oscar Wilde a questo punto è davvero solo. Niente amici, niente quattrini. La sua situazione era talmente disperata, da essere giunta fino a noi l'eco delle testimonianze dell'epoca che lo descrivono costretto a "pagare" alcuni suoi pasti nei caffè della città utilizzando la sola moneta di cui era rimasto in possesso: il suo splendido eloquio.

Nonostante le pressioni, le critiche, i problemi economici e l'abbandono da parte di Bosie, sarà soprattutto a Napoli che Wilde lavorerà al suo ultimo capolavoro La Ballata del carcere di Reading, poema recentemente omaggiato dall'icona mondiale della street-art BANKSY che, operando nell'ombra come sempre, ha realizzato la sua opera direttamente sul muro che cinge la prigione di Reading. Un uomo che riconquista la libertà utilizzando una macchina da scrivere.

Epilogo: dopo aver lasciato la città partenopea definendola «città pregna di cattiveria e di lussuria», e dopo una breve parentesi a Taormina, il 13 febbraio 1898 Wilde riesce a partire per Parigi dopo aver racimolato qualche soldo. Il suo stato di indigenza commuove Le Journal di Parigi che si attiverà per raccogliere un po' di denaro da donargli.

Alle ore 14:00 del 30 novembre 1900, Oscar Wilde chiude gli occhi per sempre. Ha 46 anni. Quasi 70 anni dopo, il Regno Unito depenalizzerà l'omosessualità maschile.


Nel carcere di Reading presso la città

V’è una fossa d’infamia,

E là giace uno sventurato

Roso da denti di fiamma:

Il bruciante sudario è avviluppato.


E sopra la sua tomba non v’è nome.

Là, fin che Cristo chiami fuori i morti,

In silenzio lasciatelo dormire:

Inutile sprecare sciocche lacrime

O trarre vani sospiri:

Quell’uomo aveva ucciso ciò che amava,

E quindi doveva morire.


Ed ogni uomo uccide ciò che ama,

Lo intendano tutti:

Lo fanno alcuni con bieco sguardo

Ed altri con parole carezzevoli,

Il vile con un bacio,

il prode con la spada!


(Ultimi versi del poema La Ballata del carcere di Reading)



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