Il ciclo arturiano tra letteratura e arte

Sin da bambino ho subito il fascino del ciclo arturiano, ossia quel corpus di storie e leggende di origine celtica e sassone che abbraccia la mitologia della Britannia e delle isole che la circondano. A colpire il mio immaginario furono ovviamente la vita di Merlino, le epiche gesta di Artù e l’avventurosa cerca del Graal. Questi racconti incrociarono per la prima volta la mia strada il giorno in cui ebbi in regalo un libro corredato da splendide illustrazioni. Quel libro è ancora con me.

Mi nutrii di quelle storie convinto che la Mondadori le avesse fatte stampare in una lontana stamperia di Toledo (non chiedetevi perché, misteri dell'editoria) appositamente per me, per immettere nuovo carburante nella fantasia di un bambino nato e cresciuto a migliaia di chilometri da quelle terre piene di fascino, mistero e magia. A dirla tutta, la mia infatuazione per le leggende arturiane ha anche connotazioni cinematografiche. La prima volta che vidi in TV Excalibur, capolavoro frutto del genio mistico e visionario di John Boorman, ne rimasi letteralmente ipnotizzato.

All'epoca, ignoravo completamente che le pagine e le sequenze sulle quali tanto fantasticavo, non erano che i frutti generati da un lentissimo processo di stratificazione narrativa avviato oltre mille anni prima. Si perché le origini del ciclo arturiano, conosciuto anche come materia di Bretagna o ciclo bretone, si perdono davvero nelle nebbie di Avalon...ehm...del tempo.

L'aggettivo arturiano sta ad indicare una vasta rete di espressioni culturali ricollegabili direttamente o indirettamente al mito di Artù. Manifestazioni culturali che, inizialmente, fecero la loro comparsa nella tradizione orale, per poi giungere a contaminare anche le arti figurative (si pensi ad esempio agli straordinari dipinti dei Preraffaelliti), passando naturalmente dalla poesia e dalla letteratura. Il tutto lungo un arco temporale di circa quindici secoli.

Questa immensa mole di informazioni e rappresentazioni è via via confluita in un nero calderone dal quale hanno pescato tutti i più grandi. Ne troviamo tracce in Dante (per approfondire, cercate in questo sito Paolo e Francesca all'Inferno? Tutta colpa di un libro), in Ariosto, in Tasso, così come in Shakespeare e in Cervantes. A ben guardare, anche alcune pagine di Italo Calvino evidenziano un certo debito verso l'epopea arturiana (si pensi ad esempio a Il cavaliere inesistente). Per non parlare poi degli scrittori che si cimentano nel fantasy. Tolkien in primis ovviamente, ma anche lo stesso G. R. R. Martin autore della mastodontica e ancora oggi incompiuta saga Cronache del ghiaccio e del fuoco, dalla quale è stata tratta la serie tv Il Trono di Spade, ormai elevata a fenomeno pop globale.

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Ancora oggi tutti noi attingiamo inconsapevolmente da quel calderone quando cerchiamo di farci un'idea del medioevo. A questo punto è necessario fare un bel salto indietro nel tempo alla ricerca delle origini del mito. Lungo la cerca, ci faremo aiutare da antichi manoscritti e libri polverosi. Nel farlo, ci ritroveremo anche a spulciare qualche volume prelevato tra gli scaffali di casa mia.


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