Ricordo parigino

Il termometro segna 33 gradi all’ombra, un vento caldo arroventa l'aria, le strade sembrano melassa.

Sposto un po’ il cappello e mi detergo la fronte con un fazzoletto bagnato poco prima ad una fontana.

Legioni di turisti vagano come zombie donando alla scena un non so che di surreale.

È l’estate parigina in tutta la sua ferocia.

Deambulo sotto la canicola, ma resto calmo.

È la speranza a fornirmi il plus di energia necessario.

È l’istinto della caccia a guidarmi.

Dopotutto sono partito dall’Italia solo per loro.

Non per rivedere la Notre-Dame ferita, non per rintanarmi per l'ennesima volta nel Louvre e nemmeno per rimettere piede in quel sacro tempio pagano dei selfie-lettori che è ormai diventata la Shakespeare and Company.

No, sono venuto solo per loro che, dal lontano 1607, ricevuta l’autorizzazione da re Enrico IV, occuparono buona parte della zona del Pont Neuf, per poi diventare la massima icona dell'intera rive gauche.

Mentre aumento il passo, mi perdo nei pensieri immaginando che tutti loro mi stiano ansiosamente aspettando da oltre quattrocento anni.

Il sole brucia.

Il sole suggestiona.

Il sole mente.

Finalmente, quasi come un miraggio, mi appaiono davanti agli occhi.

Sembrano tremare alla vista del mio passo deciso, ma è solo colpa del caldo infernale che prova a farsi largo risalendo dall’asfalto.

Sono tutti lì i bouquinistes.

Mi aspettano al varco sonnecchiando appoggiati ai parapetti di pietra del lungosenna.

Li ignoro.

Miro al bersaglio grosso: scrigni di ferro dipinti di verde che custodiscono e mostrano da secoli libri, pubblicazioni rare, incisioni più o meno preziose, volumi non più editi da anni, curiosità e strani opuscoli.

Ho tutti i muscoli del corpo leggermente tesi.

Li sento pronti a scattare.

Sarà l’adrenalina.

Faccio un bel respiro e mi butto nella mischia.




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