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Una gita in barca (SECONDA PARTE)

Il trio si era ricomposto. Il mare era aumentato anche sotto costa, la barca navigava beccheggiando tra le onde sempre più alte. Ciro procedeva a velocità ridotta. Prima di impattare di prua, ruotava leggermente il timone in modo da opporre il mascone all'onda, accelerava fino sulla cresta, scendeva nel cavo riducendo il gas e riaccelerava subito per salire sull'onda successiva. Ci voleva attenzione. Non sarebbe dovuto uscire, questa è la verità, ma era in bolletta e aveva bisogno di quei soldi.

I due uomini, rannicchiati sulle panche, erano ammutoliti e sbiancati in viso. La donna, al contrario, sembrava sopportare bene il moto ondoso. Superato un capo, Ciro si diresse verso una piccola baia ridossata. Lì c’era tregua di mare e vento, e il sole scottava come in estate. Chiese se avessero voglia di fermarsi e mangiare. In quel caso avrebbe dato fondo all’ancora. Sarebbero stati bene perché il moto ondoso in quella caletta era inesistente. La risposta arrivò dal dinoccolato sotto forma di un conato di vomito che fortunatamente riversò fuori bordo. Puntuale arrivò anche la bestemmia rivolta alla massima espressione della divinità. La donna si arrabbiò, secondo lei il presuntuoso avrebbe dovuto avvertirli del mal di mare di cui soffriva. Lei invece stava benissimo, aveva portato il costume con l'intenzione di prendere il sole.

Poi smorzò i toni, sorrise, e ammiccando disse <che si ancori, please>.


Paola aveva continuato dicendo che lei a quel punto non sarebbe mai arrivata.

<È una questione di dignità, ti pare?>

Si, gli pareva. Ne avevano anche parlato più volte. In ipotesi teorica, s'intende. Quando ancora non c’era la malattia, quando si parlava degli altri. Egli stesso, da convinto assertore, aveva dichiarato che prima ancora di trovarsi in condizioni di vita semi vegetativa, avrebbe fatto in modo di farla finita. Sì, certo che gli pareva, era una questione di dignità. Se non si fosse trattato di Paola, gli pareva eccome. Ora la sola ipotesi gli appariva terrificante.

<Non ci vuole poi tanto, sai? Qualche pasticca di sonnifero oppure una siringa d'aria in vena>.

<Non dire sciocchezze>, era stata l'unica flebile risposta che le aveva opposto, incapace di argomentare a contrario, annichilito da quella ventilata possibilità.

Mentre schiacciava il pulsante del telecomando per dare fondo all’àncora, si chiese quanto ci avrebbe impiegato Paola a mettere il punto, a inchiodare il tempo a una data. Si domandò se avesse già definito il confine, il limite insuperabile, se lo avesse fissato al primo accenno di decadimento fisico o se, addirittura, avesse considerato di giocare di anticipo sulla malattia. Così, tanto per fregarla.

L’àncora toccò il fondo a sette metri di profondità. Continuò a dare catena per altri dieci/dodici metri. Poi prese il cellulare, cercò Paola su whatsapp. L’ultimo collegamento era segnalato alle 21,30 della sera precedente, segno che nella mattinata non aveva utilizzato la chat.

Era stata Paola a chiedergli di lasciare visibili i collegamenti.

Mi è utile - aveva detto - perché quando sei a mare mi basta vedere quando l’hai utilizzato per tranquillizzarmi. So che fino a quell'ora sei stato vivo, e poi ne aveva riso perché nulla impediva che Ciro sarebbe potuto morire l'attimo dopo.

La chiamò, ma s’inserì immediatamente la segreteria telefonica. Arrotolò una sigaretta, l'accese e aspirò profondamente. Pensò che Paola fosse al telefono con qualcuno.

A bordo la donna si era spostata verso prua e si era sdraiata in coperta. I due uomini non avevano più parlato. Il dinoccolato era veramente uno straccio. Il mal di mare è una brutta bestia, quando comincia non ti lascia. Anche l’altro non se la passava bene. Bianco in viso, ogni tanto sbadigliava. Confessò che prima di partire aveva assunto un medicinale contro il mal di mare, ciononostante non si sentiva bene. A Ciro fecero pena. Chissà come l’avevano immaginata quella gita. Qualunque fosse la loro intenzione con la donna, era andato tutto in fumo. Lei si divertiva e li teneva in pugno.

Allestì il tavolo in pozzetto. Lo agganciò al carabottino, lo coprì con la tovaglia in carta monouso con raffigurazioni d'ancore e vele realizzata su disegno di Paola. Lavorava da alcuni anni presso l’azienda produttrice ed era apprezzata. Da qualche giorno non andava al lavoro approfittando di ferie avanzate. Non che avesse disturbi fisici, non ancora almeno, nonostante tutto sembrava star bene, ma aveva bisogno di chiarirsi con se stessa. Così aveva detto.

Ciro apparecchiò aggiungendo le stoviglie, poi scese sottocoperta e aprì wathsapp sul profilo di Paola. Sempre fermo alle 21,30 della sera precedente. Chiamò. Come prima, rispose la segreteria.

<Ma davvero – disse rivolgendosi all’infermiere che grazie al mare calmo della baia stava molto meglio - si può morire per un po’ d’aria iniettata nelle vene? Ho letto su internet di un'infermiera che ha ucciso in questo modo molti pazienti terminali>.

<Sì, certo che si può. L’aria entra nei vasi arteriosi e impedisce il flusso sanguigno>

<E quindi?>

<E quindi si verifica un’embolia gassosa. Causa ischemie al cuore, al cervello. Insomma, dove capita>.

Ciro preparò la caprese con mozzarella pomodori e basilico. Poggiò nel cestino del pane una busta con taralli e altre sigillate con pane affettato e panini, stappò due birre e una bottiglia d’acqua. I due uomini presero posto. La donna optò per un panino e tornò a prua. L'infermiere attaccò la caprese, il pusillanime un tarallo. Mangiarono in silenzio e con le facce scure.

Cirò riprovò a telefonare ma di nuovo non ottenne risposta. Ma dove diavolo si era cacciata. Arrotolò un’altra sigaretta.

<Comandante, me ne offre una?- disse la donna – ho dimenticato di comprarle>.

<Se si accontenta delle cartine e del tabacco...>.

<Certo, fumo anch’io queste. Mi chiamo Giovanna - allungò la mano come si fa quando ci si presenta. Dandogli del tu continuò - hai intenzione di far fuori qualcuno?>

<Cosa?>

La donna rise, arrotolò la cartina, la leccò e chiese di accendere.

<A quei due gliela farei proprio una bella siringa d'aria in vena> disse a voce bassa. Poi scoppiò in una risata fragorosa in modo che i due sentissero. E infatti quelli guardarono nella loro direzione e si scambiarono uno sguardo. Quasi contemporaneamente si alzarono e fecero per andare a prua.

<Non venite qui che lo spazio è poco. Siamo già in coppia> disse la donna sempre ridendo, e i due si fermarono interdetti.

Ciro fece finta di non capire. Sì alzò, scese sottocoperta e chiamò di nuovo Paola. E di nuovo la maledetta segreteria. Allora chiamò Agnese, la sorella di Paola, chiedendole se per caso fosse da lei. Ma Agnese era in montagna e sarebbe rientrata per sera.

<Ma perché, è successo qualcosa?>

<No no, avrà dimenticato il telefono a casa e ora sarà al supermercato per la spesa>.

Sentì i tre in coperta che discutevano, il dinoccolato ogni tanto alzava la voce, ce l'aveva con la donna. Lei aveva un tono sferzante. L'altro tentava di calmare i due.


<Quanto tempo dottore?>

<È difficile dirlo>

<Ma ora sta bene, è bella, ha un aspetto sano, sembra impossibile credere che...>

<Perché le cellule malate all'inizio lavorano nell'ombra. Silenziose minano il campo, occupano gli organi. Prima o poi usciranno allo scoperto, purtroppo. Mi dispiace deluderla, ma è così>

<Dunque non avrà scampo?>

<Ne avrà, certo che ne avrà. Non ho detto questo. Il protocollo terapeutico al 50% funziona>.

Il medico mentiva sulla percentuale o forse no, ma uno su due era peggio di un azzardo, una partita a dadi.


Un laccio e una siringa aveva detto Paola. E che ci vuole.

Mentre arrotolava un'altra sigaretta, Ciro ebbe la certezza che sarebbe accaduto quel giorno. Un'ischemia a difesa della dignità.

Azionò la chiavetta della messa in moto. Il diesel cominciò a girare lento e ritmico. Schiacciò il pulsante per salpare l'àncora. La catena, scivolando sul musone di prua, si riavvolse nel gavone dedicato. L'àncora con un colpo secco si agganciò al supporto.

Ciro ripensò al bacio sulla porta e allo sguardo mentre si erano salutati. Definitivi.

<Ehi comandante, che succede?> urlò da prua il fuorisquadra.

Ciro inserì la marcia avanti e diede gas dolcemente.

<Venite in pozzetto, dobbiamo rientrare>.

<Ma perché? > protestò quello,

<Il mare sta aumentando>.

<Non credo proprio comandante, è calato anche il vento>.

<Bisogna andare>.

<E invece noi vogliamo restare>.

Così dicendo, tutti e tre scesero in pozzetto. Il dinoccolato aveva alzato la voce. Ciro spinse in avanti la leva dell'acceleratore e aumentò la velocità.

<Nella baia sembra calmo, ma le assicuro che il vento è aumentato e così anche il mare. Dobbiamo rientrare>.

<Abbiamo pagato per l'intera giornata e decidiamo noi quando rientrare e quando no>.

<Giusto> disse l'infermiere dandogli man forte.

Ciro, puntando verso il capo che li proteggeva dalle onde, accelerò ancora di più. La barca scivolò velocissima sul mare piatto della piccola baia.

<Ho detto fermati> urlò il dinoccolato che avanzò minaccioso seguito dall'altro. La donna cominciò a strepitare.

Nel piccolo vano portaoggetti davanti alla ruota del timone, Ciro aveva una chiave inglese. Allungò la mano per accertarsi che ci fosse.

Intanto avevano già percorso l'intera caletta e si accingevano a doppiare il capo. Usciti dal ridosso, Ciro decelerando appena affrontò di prua la prima onda. La barca la risalì, s'impennò e infine cadde nel cavo poggiando prima la poppa e poi la prua in acqua. Il motore ruggì in un fragore assordante, la carena sollevò ai due lati grossi ventagli d'acqua che si riversarono nel pozzetto, allagandolo. L'acqua scivolò via velocemente attraverso gli ombrinali a poppa. I due uomini persero l'equilibrio e caddero, uno su una panca laterale, l'altro sul piano di calpestio. Si bagnarono completamente. La donna, che era rimasta seduta, emise un grido. Anche lei si bagnò.

Ciro aveva così ristabilito l'ordine a bordo. Nessuno osò più parlare. Ora doveva fare in fretta, arrivare a terra e correre a casa.

Oh Paola Paola, il 50%, uno su due, perché non dovresti essere tu a salvarti?

Aveva da percorrere ancora 4 miglia. Ad ogni ridosso ne approfittava per accelerare al massimo. Ormai era in vista del molo.

Oh Paola Paola, aspetta, parliamo.

Entrò in porto a velocità eccessiva creando un po' di subbuglio tra gli ormeggi. Ci fu chi gli urlò di rallentare.

E poi la vide.

Sulla banchina, seduta con le gambe penzoloni davanti al posto barca vuoto, salutava sorridente con le braccia alzate. Ciro accostò, le lanciò le cime di poppa che lei fissò alle bitte sul molo. I tre, in silenzio, raccolsero le loro cose, percorsero incerti la passarella e andarono via salutando appena. Solo la donna, giunta sul molo, si voltò per dire qualcosa, ma poi rinunciò e seguì i due.

Paola, con due passi sicuri, attraversò la tavola e salì in barca. Ciro l'abbracciò e rimasero per un po' ad annusare il grecale.

<Stamattina sono stata in ospedale> disse rompendo il silenzio.

<Non sapevo dovessi andare>.

<Non te l'avevo detto, infatti. Volevo capire... da sola>.

<Certo >.

<Dopo la visita sono rimasta lì un bel po'>.

<In ospedale?>.

<Sì, in reparto, nei corridoi, nel parco. È strano>.

<Cosa?>

<L'ospedale. È come se l'avessi visto per la prima volta. E sai che c'è? Mi ha dato fiducia. Ho pensato che forse conviene provare e allora ho deciso: lunedì comincio la terapia>.

Sì prese una pausa e prima che lui riuscisse a dire qualcosa, continuò <Hai clienti da portare a mare domani?>

<No...non ne ho>.

<E invece sì, domani porti me in gita >.

Ciro non ci provò neppure a rispondere. In fondo non c'era nulla da aggiungere. Indossò solo gli occhiali scuri e l'abbracciò più forte.


FINE



Autore: Ottavio Mirra


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