Vale (parte seconda)

Torna a casa. Il cellulare è silenziato, si impone di non guardarlo più, mai più. Poi pensa che aspetta il messaggio di Gianna, per l’uscita del mercoledì sera e attiva la suoneria. Niente. Nessun messaggio predatorio. Meno male. Due ore dopo ancora nessun messaggio. Devo accantonare questa cosa, si dice. Non voglio neanche cercare di capire. Devo resettare e basta. Non sempre ci sono spiegazioni logiche, poi lei la logica non sa neanche dove stia di casa, ha faticato tanto per laurearsi in giurisprudenza e ora fa la scribacchina per quel buffone impettito che la tratta come una fattorina. Stasera esco con Gianna e mi distraggo. Gianna amica delle medie, amica da una vita, le ritornano in mente il viso paffuto e i capelli crespi che le davano quell’aria scombinata, ma era la più brava della classe, al liceo le passava i compiti di latino senza mai chiedere niente in cambio, con lei le era sempre sembrato di stare da sola con se stessa. Un carattere allegro e scanzonato che attirava le persone e le metteva a loro agio. Le aveva sempre raccontato tutto, anche quello che non raccontava neanche a se stessa, con lei era facile esporsi. Con lei, le si chiarivano le idee. Perché non le aveva detto dei messaggi? Se lo chiede ora in piena notte con il cellulare tra le mani e lo sguardo perso sul comò che fissa la statuina del primo viaggio in Spagna, quello con Marco, quando ancora si amavano. Gianna era uscita un po’ dalla sua vita in quel periodo, giusto un paio d’anni, poi era ricomparsa, l’aveva sostenuta e rincuorata e lei vivere. Il locale è il solito e come al solito è pieno zeppo, vanno lì a cena, prendono quasi sempre le stesse cose, lei uno scialatiello ai frutti di mare, Gianna invece, il pesce lo preferisce con le trofie e il pesto. Mangiano in silenzio mentre le note ritmate della bossa nova della band che suona dal vivo accompagnano i bocconi. Si rilassa finalmente. «Allora qualche novità?» le chiede Gianna «Novità?» risponde «perché dovrebbero esserci?» Intanto le è partito l’embolo «Da quanti anni ci conosciamo? Quanti mercoledì insieme? Non me l’ha mai chiesto se ci sono novità. Mai. Perché me lo chiede proprio ora?» La guarda negli occhi e cerca di scrutare se nasconda o meno qualcosa. Gli occhi non mentono si dice. Già, ma avrebbero potuto imparare a farlo, a nascondere dietro uno sguardo distratto, di quelli che si soffermano su di te solo per una frazione di secondo per poi passare ad altro, per perdersi nel piatto ancora pieno per metà, nel sorriso del cameriere che vi conosce e fa una battuta, nelle note, nel passo incerto del direttore. Sì, avrebbero potuto imparare a farlo. È una ragazza intelligente che conosce i meccanismi del linguaggio del corpo e li sa usare, sa quando è necessario sporgersi verso l’interlocutore per mostrare interesse o incrociare le braccia per prenderne le distanze. E se fosse Gianna? Sa tutto di lei e se non lo sa, lo intuisce, è un’abile indovina, troppi anni insieme, specchio l’una dell’altra. Se ne rammarica ora. Pensa che una relazione così intima se da un lato ti rassicura dall’altro ti scopre, ti rende indifesa. La guarda con attenzione, Gianna ha lo sguardo prensile, arraffa tutto, si mangia le immagini che si posano sulla retina con una voracità che non aveva mai notato. Si chiama attenzione mirata, si dice, quando sai cosa vuoi guardare, cosa cerchi, allora vedi, e anche dietro lo spostarsi repentino della pupilla, capisci cosa c’è. Lo scialatiello ha perso sapore, lo smuove con la forchetta come se potesse ancora rianimarlo ma quello è bello che fritto. Guarda l’orologio, sono le ventitré. Il cellulare dorme, ha lavorato troppo. Nessun messaggio. «Che dici se ce ne andiamo prima stasera?» propone a Gianna «Ma perché dai! sentiamo ancora un poco di musica e poi andiamo.» La sedia diventa bollente, tira su una natica, poi l’altra, si accomoda meglio sul sedile. Gianna si accorge che qualcosa non va e le chiede «Tutto bene? Bene, bene» le risponde, «È solo che oggi al lavoro è stata una giornata tosta e davvero non vedo l’ora di andare a letto. Dai! se vuoi andiamo.» Si salutano all’uscita, prenderanno direzioni diverse. Inizia a camminare lentamente, l’aria le rinfresca le idee. Ma che vado a pensare? Gianna è una sorella, anzi di più, le sorelle non te le scegli, noi ci siamo scelte. Poi accelera il passo, ancora, e ancora. Corre. Ora il vento le scompiglia i capelli, entra nel giubbotto, le inturgidisce i capezzoli e va a infilarsi nel fondo schiena. La corsa è benefica. Ha il fiatone ma si sente bene. Aumenta il ritmo, la falcata diventa più lunga, vuole lasciarseli alle spalle i brutti pensieri. È quasi sotto casa, sta attraversando il viale che costeggia il suo parco quando si sente degli occhi addosso, si gira, non vede nessuno, fa qualche altro passo. Sì, la stanno proprio seguendo. È un passo maschile lo riconosce dal suono sul selciato. Pochi passi ancora la separano dal cancello del parco. Ma non accelera, anzi rallenta. Si ferma e si gira di scatto. È il commesso del supermercato, lo riconosce subito, lo incontra quasi ogni giorno, è alla cassa, ma si sono scambiati sempre solo poche parole «Paga con la carta? È bancomat? Ha la scheda punti?» «Sì bancomat. No, la scheda non ce l’ho, non l’ho mai fatta.» «Se vuole la facciamo, ci vuole un minuto.» «Grazie ma tanto la perderei subito, non ne vale la pena.» Un tipo cortese, una quarantina d’anni con una calvizie incipiente che vuole dire la sua e due mani troppo grosse su un corpo esile. Le si avvicina, riesce solo a dirle «volevo conoscerla è…» Lo zittisce «Che cazzo vuoi brutto porco? Perché non mi lasci in pace? Come hai avuto il mio numero? Guarda che se non la finisci chiamo la polizia. So chi sei e ti vengo a cercare, ma sta sicuro che non sarò da sola». Quello indietreggia, sbianca, anzi prima sbianca poi indietreggia, tira su le spalle e infila le mani in tasca. Poi gira i tacchi e se ne va. È soddisfatta, l’ha sistemato per bene, si ripromette che l’indomani passerà comunque a fare una denuncia cautelativa, così si sentirà più sicura. Tira un respiro di sollievo e infila le chiavi nella toppa. In quest'ordine. A casa, finalmente a casa. Si spoglia, si infila il pigiama, è la prima cosa che fa quando rientra: mettersi il pigiama, odora di buono, di certezze appena sfornate. Poi questo l’ha appena comprato, l’aveva visto in vetrina, giù sotto casa, in quel negozietto di intimo che ha tante cose carine. Rosa a pallini blu. Il rosa le viene dall’infanzia, è stato un primo amore e non se n’è più liberata, per strada non oserebbe, ma lì in casa può fare quello che vuole. Sprofonda nel divano Ikea, quello con la sceslong, l’ha pagato un po’, ma li benedice tutti quei soldi quando ci si seppellisce dentro. Il cellulare è lì, seduto accanto a lei, in silenzio, non ha più parole. A letto si rigira un bel po’ prima di prendere sonno, poi si lascia andare e cede all’incoscienza della vita. Il bip di una notifica la sveglia alle 4:48. Ma non le avevo disattivate? Evidentemente no, si dice. «È il tuo colore il rosa, ti sta da Dio, mette in risalto i tuoi capelli corvini e la tua carnagione olivastra, dovresti usarlo più spesso, anche fuori. Buona notte, a domani».

Com’è che i pensieri si fermano in gola? Non sono le parole a doversi fermare lì? Girano a vuoto i pensieri, si accavallano, si spingono, si ammucchiano l’uno sull’altro, fanno ressa e sbagliano strada, finiscono in gola e le parole non riescono più a uscire, a trovare una strada che sia la loro, non sanno più farsi corpo.


Continua...



Autore: Brillante Massaro


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