Borges, De André e la cecità

Cosa avrebbe pensato Borges se fosse incappato nell'ascolto di Un malato di cuore, uno dei brani più commoventi scritti da Fabrizio De André? In particolare, mi chiedo da tempo come avrebbe commentato questo passaggio:


...Da uomo avvertire il tempo sprecato

A farti narrare la vita dagli occhi...


In questa canzone, contenuta nel meraviglioso Non al denaro non all'amore né al cielo, il cantautore genovese fa "parlare" Francis Turner, il giovanissimo e debolissimo malato di scarlattina costretto a vivere perennemente con il freno a mano tirato, immaginato e reso immortale da una delle poesie più struggenti scritte da Edgar Lee Masters e contenuta nella celeberrima Antologia di Spoon River. Eccola:


Non potevo correre o giocare da ragazzo.

Da uomo potevo solo sorseggiare dalla coppa,

non bere - perché la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato.

Ora giaccio qui

confortato da un segreto che nessuno tranne Mary conosce:

c'è un giardino di acacie, di catalpe, e di pergole dolci di viti -

là quel pomeriggio di giugno al fianco di Mary -

baciandola con l'anima sulle labbra

all'improvviso questa prese il volo.


Nato nel 1899, mezzo secolo dopo Borges era già diventato completamente cieco a conclusione di una lenta e preannunciata parabola iniziata quando era solo un ragazzino e già divorava conoscenza. La causa fu la retinite pigmentosa, una patologia rara caratterizzata da una degenerazione progressiva della retina che colpisce entrambe gli occhi. Solitamente, comincia provocando una graduale perdita della visione notturna e del campo visivo periferico. Purtroppo, più avanti, può trasformarsi anche in una perdita della visione centrale.

Il giovane Jorge crebbe nella consapevolezza che sarebbe successo: prima o poi il buio lo avrebbe raggiunto come prima aveva raggiunto suo padre e, ancora prima, sua nonna e il suo bisnonno. Era solo questione di tempo, tempo che cercò di non sprecare mai vivendo intensamente, cercando costantemente il confronto con le persone, girando il mondo, partecipando a convegni e conferenze, scrivendo e, soprattutto, leggendo i suoi adorati libri.

Destino beffardo, la cecità assoluta sopraggiunse nel 1955, anno nel quale fu scelto come direttore della prestigiosa Biblioteca Nacional de la República Argentina, carica che conservò fino al 1973.

Da quel momento in poi, non avendo mai voluto imparare ad utilizzare sistemi di lettura e scrittura tattile come il Braille, per poter entrare nelle pagine di un libro Borges ebbe bisogno degli occhi "prestati" da qualcun altro.

La descrizione più vivida di tutto questo ce la fornisce nel suo Con Borges, il grande scrittore e bibliofilo argentino Alberto Manguel che, ancora oggi, vive nel mito del Maestro.

Manguel aveva 16 anni quando un giorno, mentre lavorava tra gli scaffali di una delle più celebri librerie di Buenos Aires, un vecchio cliente abituale della stessa, gli fece una proposta: andare ogni tanto da lui la sera per leggergli dei libri visto che, sua madre Doña Leonor, era ormai novantenne e si stancava facilmente. Era il 1964. Da nove anni Borges aveva perso completamente la vista.



Nel suo libro di ricordi, Manguel scrive “Per qualche anno, dal 1964 al 1968, ebbi la fortuna di essere uno dei molti che leggevano per Jorge Luis Borges". Per risolvere la questione Borges aveva quindi costituito un folto gruppo di persone che gli faceva da "occhi".

Per quasi quaranta anni fino al 1986, anno della sua morte, Borges è stato cieco, non ha visto nulla, ma ha potuto immaginare mondi, storie e personaggi, basandosi sulla voce narrante di qualcun altro e sui suoi ricordi di lettore. Borges era infatti famoso anche per la sua prodigiosa memoria fotografica.

Un giorno del 1975, l'argentino era ospite della mitica (ed immensa) libreria Strand di New York, notoriamente celebre per lo slogan "18 Miles of Books" (e non è un bluff).

Il nostro, si trovava con altre persone, che pendevano certamente dalle sue labbra, nel vasto seminterrato della libreria quando, utilizzando un dito per guidare la penna che reggeva con l'altra mano, decise di realizzare un suo autoritratto. Questo fu il risultato.

I giornali dell'epoca, descrivono un Borges che, subito dopo aver realizzato lo schizzo, chiede di essere accompagnato nella zona principale della libreria per "ascoltare la stanza, le pile, i libri" per poi affermare "...tanti libri quanti ne abbiamo nella nostra biblioteca nazionale", riferendosi alla biblioteca statale che aveva diretto fino ad un paio di anni prima.

Credo che Borges non abbia mai avuto la sensazione di stare sprecando la propria vita perché costretto a farsela narrare dagli occhi degli altri.

In un altro passaggio del libricino di Manguel si legge: "Per Borges, il nocciolo della realtà stava nei libri: nel leggere libri, scrivere libri, parlare di libri". E così ha fatto. Con e senza i suoi occhi.





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