Umberto Eco e HALL🎃WEEN

Quello che segue è un pezzo estratto da "Pape Satàn Aleppe. Cronache di una società liquida", un saggio che raggruppa numerosi articoli scritti da Eco per la rubrica bisettimanale La bustina di minerva contenuta all'interno del periodico l'Espresso.


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In occasione di Ognissanti si sono levate da parte cattolica molte condanne dello Halloween, in cui si illuminano dall’interno le zucche e i bambini vanno in giro travestiti da streghette e vampiri chiedendo dolci agli adulti. Siccome la festa, che cerca di esorcizzare l’idea della morte, si presenterebbe come alternativa alla celebrazione e dei Santi e dei Defunti, l’usanza, accusata di americanismo deteriore, è stata anche bollata come forma di “relativismo”.

Non so bene in che senso Halloween sia relativista, ma accade al relativismo quello che accadeva all’epiteto “fascista” nel Sessantotto, per cui era fascista chiunque non la pensava come te. Preciso inoltre che non nutro una particolare passione per Halloween (se non perché l’amava Charlie Brown) e so benissimo che la festa in America viene usata da satanisti e pedofili per abusare dei bambini che i genitori hanno la dabbenaggine di lasciare uscire di sera. Obietto solo al fatto che si tratti di deteriore importazione dall’America. Ovvero, lo è, ma di ritorno, perché Halloween è nata come festa pagana nell’Europa celtica e in certi paesi dell’Europa del Nord dove è stata in qualche modo cristianizzata. È accaduto insomma ad Halloween quello che è accaduto a Santa Claus, che in origine era san Nicola di Bari, che poi era turco, e pare che dalla festa olandese di Sinterklaas (il compleanno del santo) sia venuto appunto Santa Claus. Poi Babbo Natale si è fuso con Odino, che nella mitologia germanica portava doni ai bambini, ed ecco dunque la stretta parentela tra un rito pagano e una festa cristiana. Personalmente sono in polemica anche con Babbo Natale, perché a me i doni li portavano Gesù Bambino e i Re Magi – e per questo sono andato recentemente a controllare nella cattedrale di Colonia se i resti dei tre re sono ancora lì, dopo che Rainaldo di Dassel e il Barbarossa li avevano rubati a Sant’Eustorgio in Milano. Ma già ai miei tempi mi irritava che alcuni bambini, anziché ai Re Magi, dessero credito alla Befana – che tra l’altro è anch’essa figura di origini pagane, molto vicina alle streghe di Halloween, e se le gerarchie ecclesiastiche non se la sono presa troppo con lei è perché si era in qualche modo cristianizzata ispirando il proprio nome all’Epifania. Per cui, dopo la Conciliazione, fu accettata anche la Befana Fascista.

Nella polemica su Halloween una voce fuori dal coro è stata quella di Roberto Beretta (Avvenire del 23 ottobre), che ha suggerito prudenza nello sparar anatemi e indire crociate pastorali perché con Halloween “la Chiesa vien ripagata della sua stessa moneta. Già. Fu almeno dal IV secolo, infatti, che la saggezza dei Padri... ha preferito mediare anziché cancellare, sovrapporsi e trasfigurare piuttosto che annullare, incenerire, seppellire, censurare. Ovvero: le feste pagane, i nostri antenati le hanno sapute ‘cristianizzare’.” E basta ricordare che lo stesso Natale è stato fissato il 25 dicembre (data alla quale nessun Vangelo suggerisce che Gesù sia nato, e anzi secondo calcoli astronomici la stella avrebbe dovuto apparire d’autunno) per venire incontro agli usi pagani e alle tradizioni germaniche e celtiche in cui si celebrava Yule, ovvero la festa del solstizio d’inverno, da cui viene anche l’albero di Natale (ma io sono di quelli che preferiscono il presepio francescano, perché richiede più fantasia, mentre un albero di Natale lo sa decorare anche una scimmia dovutamente addestrata).

Dunque – anziché strapparsi le vesti – basterebbe cristianizzare anche Halloween, come suggerisce sempre Beretta: “Se dunque Halloween (che, ricordiamolo, significa letteralmente ‘vigilia di Ognissanti’) dovesse riprendere le sue vesti celtiche – vere o presunte che siano – o piuttosto ammantarsi di lustrini consumistici oppure celarsi sotto rituali più o meno ‘satanici’, non farebbe che riappropriarsi di un territorio già suo; e a noi resterebbe semmai da meditare come e perché non ci sia data la forza culturale (e fors’anche spirituale) per ripetere l’impresa dei nostri antedecessori.”




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