Il ponte di Virginio

«Sei proprio sicuro di voler fare il calciatore da grande?»

Mi chiedeva Virginio, mio padre, prendendomi in giro, con una certa regolarità, lungo l’arco della mia fanciullezza e adolescenza.

In estate con mamma e papà passavo abitualmente un periodo di vacanza alle Isole Tremiti. Alloggiavamo alla Casa Vacanze «I Tre Miti», sull’isola San Domino, in via Federico II. Virginio era insegnante di italiano e latino al liceo, mentre mia madre, ha fatto la maestra elementare sino alla pensione. Per cui, il mese di agosto era dedicato a lunghi periodi di vacanza in giro per l’Italia, ma con tappa fissa alle isole conosciute anche con il nome di Diomedee.

Con il passare degli anni, mi accorsi che quella domanda sul «fare il calciatore» gli veniva sempre durante la vacanza alle Tremiti. E aggiungeva: «Una laurea comunque ti serve. Architetto o ingegnere non ti piacerebbe?»

Poi taceva e non dava altre spiegazioni. E io non approfondivo. Ma era strana come richiesta. Perché solo lì? Nell’unico arcipelago italiano del mar Adriatico mi chiedeva se volessi fare «l’architetto o l’ingegnere»? In altri periodi dell’anno, in altri contesti, le richieste spaziavano tra decine di professioni differenti: giornalista, medico, insegnate, imprenditore edile, ristoratore e avanti all’infinito.

Di quelle piccole isolette dell’Adriatico ricordo tutto, o per lo meno, ricordo tutto quello che la mia mente ha elaborato in questi decenni. L’arcipelago è composto da cinque isole, in provincia di Foggia: San Domino e San Nicola erano le uniche abitate. Poi c’erano Capraia, Cretaccio e Pianosa. Quest’ultima molto più distante dalle altre, e non ricordo di averla mai visitata.

L’arcipelago si caratterizzava dalla presenza di insenature e calette: Cala delle Arene, l'unica spiaggia in grado di accogliere un certo numero di villeggianti; Cala Matano, che scendeva a strapiombo sul mare; Cala degli Inglesi, dove affondò un battello inglese di contrabbandieri; Cala Tamariello, da cui si accedeva direttamente al mare; Cala Tonda, che formava un suggestivo laghetto. Dopo i 18 anni sono andato solo un altro paio di volte alle Tremiti, con amici e non più con i miei genitori. E oggi chissà quanto sono cambiati i paesaggi. E le persone? Ci sarà ancora la signora Antonia? Suo marito Cosimo? E gli amici di infanzia?

Con alcuni di loro ci sentiamo ancora oggi, nonostante siano passati oltre trent’anni. Ogni estate, arrivavamo da ogni parte dell’Italia con le nostre famiglie e iniziavamo avventure sempre nuove. Quando non stavamo in spiaggia, scorrazzavamo lungo i sentieri e le vie di San Nicola. Dal Castello dei Badiali, ai muraglioni, da chiesa Santa Maria a Mare, al Chiostro del Monastero. Tutti luoghi che rievocano storie e racconti. Con un po’ di malinconia.

All’età di 17 anni, la penultima volta che andai con i miei genitori sull’isola San Domino, Virginio mi chiese di nuovo: «Piuttosto del calciatore, è mica meglio ingegnere o architetto?»

Eravamo nella località conosciuta come Punta del Diamante. Virginio guardava l’orizzonte, dove si intravedeva l’isola di Capraia. Stavolta però gli risposi con interesse: «Papà, ma perché ogni volta che veniamo qui in villeggiatura, mi chiedi se voglio fare l’ingegnere o l’architetto?»

«Se tu facessi l’ingegnere o l’architetto, mi piacerebbe che tu costruissi un ponte che da San Domino porti sino a Capraia. Un bel ponte: a quattro corsie». Rimasi interdetto per due motivi e pensai: «Prima di tutto a Capraia non ci vive nessuno, non ci sono edifici. E inoltre cosa ci faremmo con un ponte a quattro corsie, visto che qui le automobili sono rare come l’acqua nel deserto?»

E glielo dissi. Virginio sorrise e mi rispose: «Invece serve un ponte, per collegare il mondo abitato, questo dove siamo noi, alla più bella e rappresentativa isola delle Tremiti. Perché Capraia con le sue distese di prati fioriti, incontaminata dall’uomo, è un mondo al di là di ciò che possiamo vedere e pensare noi. È un peccato non andarci almeno una volta nella vita». Ascoltai con attenzione, ma continuai a non capire la necessità di un ponte che attraversasse il mar Adriatico per collegare le due isole. Se nei secoli passati nessuno ci pensò, evidentemente non se ne sentiva la necessità. Per cui ritenni illogica la richiesta di Virginio.

Al rientro dalle vacanze alle Tremiti, dopo qualche giorno avrei iniziato la quarta liceo. E in quell’anno scolastico studiammo in letteratura italiana Giovanni Pascoli. Quando lessi la poesia «Mare» restai impressionato dai versi:

«

Vedo stelle passare, onde passare:

un guizzo chiama, un palpito risponde.

Ecco sospira l’acqua, alita il vento:

sul mare è apparso un bel ponte d’argento.

»

Mi venne in mente quanto accadde pochi mesi prima a Punta del Diamante. Sembrava di essere proprio lì a guardare l’orizzonte. Sembrava di essere lì con Virginio, che mi stava dicendo di costruire un ponte. Il giorno stesso, quando rientrai a casa, attesi con impazienza mio padre. Lui insegnava nella stessa mia scuola, ma avevano orari differenti e raramente ci si vedeva all’interno dell’istituto. Quando arrivò, gli dissi: «Papà, sai cosa abbiamo studiato stamattina con la professoressa di italiano? Una poesia di Pascoli che parla di costruire un ponte d’argento sul mare. E mi è venuto in mente il discorso che mi hai fatto quest’estate in vacanza!»

Virginio mi guardò con una risposta già pronta: «Una bella poesia. Con molteplici significati. Ciascuno di noi può trovare il senso che vuole a quelle parole. Tu cosa hai capito?»

Per la verità mi attenni alla spiegazione dell’insegnante: la bellezza della natura; il percorso esistenziale del poeta rappresentato dal ponte; il trascorrere della vita rappresentata dal moto delle cose: stelle, onde, guizzi, palpiti, acqua, vento.

Nessun pensiero impegnativo.

Glielo riferii. Virginio mi ascoltò con attenzione. Ma non disse nulla. Proprio come quando mi chiedeva se avessi voluto fare l’ingegnere o l’architetto. E proprio come allora, interruppe la conversazione e il silenzio riempì i minuti successivi.

Sarà a causa di quei discorsi interrotti da mio padre, che negli anni successivi, più volte pensai alla necessità di costruire un ponte tra San Domino e Capraia. Giusto per far contento Virginio. E per vedere la sua reazione nel momento in cui gli avessi presentato il progetto.

Nella mia vita, io non ho fatto né l’ingegnere, né l’architetto. Ma un mio cugino è ingegnere, mentre un altro è architetto. E a loro ho chiesto un parere su questo progetto. E ciclicamente nel corso degli anni ne abbiamo parlato, e abbozzato idee. Per inciso, entrambi a ogni mio tentativo davano un parere negativo, ritenendo impossibile tale struttura: a causa dei costi, della burocrazia, delle difficoltà logistiche. Ma io non cedetti. Tanto è vero, che sfruttando la mia professione, nei primi anni del 2000 spedii mail, feci telefonate, mandai missive al Comune di San Nicola, agli uffici della Provincia di Foggia. Ottenni anche delle risposte lusinghiere, e in certi casi anche ammirate. Ma oltre a quello non si andò.

Nella mia mente però il ponte tra San Domino e Capraia rimase presente sino al 2012. Poi all’improvviso tutto cambiò. Venerdì 27 gennaio di quell’anno, mia madre mi telefonò a casa e mi disse: «Il papà ha qualcosa che non va. Le lastre che gli hanno fatto ai polmoni presentano delle zone opache».

Virginio se ne andò dal «mondo abitato» la notte di domenica 15 luglio del 2012.

Il 2020 e il 2021 sono stati anni difficili. Come per tutti in Italia. Difficoltà legate ad un mondo completamente cambiato nei valori, nei rapporti, nel trascorrere delle giornate. Persino il modo di parlare e relazionarsi si è modificato. Ho avuto modo di pensare a tutte le cose che avrei potuto fare in maniera differente negli anni precedenti della mia vita. Fissando degli obiettivi per fare qualcosa di diverso da qui in avanti.

Poi un giorno stavo facendo una ricerca in internet sulla piccola Cecilia, personaggio dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Nulla mi soddisfaceva. Allora impostai la ricerca come «Filosofia nei Promessi Sposi». Tra le opzioni entrai nel sito «Scuola Filosofica». Girai un po’, fino ad imbattermi nel concorso letterario «Mediterraneo – Sul mare è apparso un bel ponte d’argento».

Prima sorrisi.

Poi pensai.

Poi mi rattristai.

Infine pensai a Virginio.

Mi venne angoscia.

Guardai il calendario. Era il 27 gennaio 2021.

Piansi.

Proprio come sto piangendo ora.

Mi alzai. Feci un giro in cucina.

Tornai in studio, e piansi nuovamente.

Mi asciugai gli occhi.

Pensai che fosse arrivato il momento di chiudere un cerchio aperto da quarant’anni.

Mi asciugo gli occhi anche ora. È il momento di costruire il ponte di Virginio, che colleghi San Domino a Capraia. Solo ora do un senso diverso alle parole di mio papà. Per anni mi sono soffermato troppo sulla necessità di costruire un ponte in mattoni e cemento, con arcate e asfalto che collegasse le due isole dell’Adriatico. Ma probabilmente Virginio voleva comunicarmi qualcosa di diverso.

Oggi non costruisco un ponte materiale. Non mi servono operai, cantieri edili, ruspe. Oggi costruisco il ponte di Virginio. Un ponte che possa collegare l’isola del «mondo abitato» con l’isola del «mondo al di là di ciò che possiamo vedere noi».

Io parto da qui. Dal mondo degli uomini. Spero di arrivare al di là di ciò che possiamo vedere noi. Spero che di là ci sia Virginio, che mi aspetti sulla riva, che mi possa guardare e sorridere. Mi dirà: «Alla fine non hai fatto il calciatore. Non hai fatto neppure l’ingegnere o l’architetto».

«Sì papà. Non ho fatto nulla di tutto ciò. E di errori è pieno il mio cammino. Ma di una cosa ne sono certo. Ora che siamo qui non lascerò che il silenzio riempia i prossimi minuti. È per me tempo di parlarti, perché in questi nove anni ho pensato a tutte le domande che avrei dovuto farti trent’anni fa. Mettiti comodo, perché sarà una cosa lunga».

Virginio mi guarderà. E avrà una risposta già pronta da darmi.


***


Il presente racconto ha vinto il primo premio nell'ambito dell'edizione 2021 del Concorso Letterario “Città di Carloforte” Mediterraneo, sul mare è apparso un bel po’ ponte d’argento”, organizzato dall’associazione Culturale “Le Pergamene di Melquiades”.

Luca Prandini, autore del racconto, si è visto assegnare il riconoscimento per la seguente motivazione: “Per aver espresso con chiarezza e semplicità l'importanza, nell'esperienza dei nostri tempi, di un nuovo modo di concepire l'interazione sociale, non più come un insieme di gesti e vicinanza fisica, ma come l'espressione di una voce emotiva, consapevole della propria individualità e insieme collettività”.



Pubblicazione autorizzata da Luca Prandini e "Le Pergamene di Melquiades"


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